LIVE REPORT – KING CRIMSON
Auditorium Conciliazione (Roma) – 12/11/16

Senza parole. Veramente non ho alcun aggettivo per rendere perfettamente l’esperienza sonora, visiva e sensoriale che ho vissuto con questo concerto. Che Robert Fripp e le sue innumerevoli versioni dei King Crimson fossero di livello superiore si sapeva, ma mai mi sarei potuto immaginare un concerto di tale portata. Eppure, i presupposti c’erano già, i vari commenti letti in giro sul web sulle precedenti date erano tutti strapositivi, parlando di una delle incarnazioni live più riuscite della band. Pur non avendo comparazioni precedenti per giudicare, se non alcuni live visti su Youtube, probabilmente è così. La scelta stramba di piazzare ben tre batteristi davanti sul palco non solo amplifica il senso di spettacolo, vedere quei tre passarsi rullate o incastrarsi tra vari fillers è un piacere per gli occhi, ma permette a noi poveri mortali di poter entrare dentro tutti i meccanismi che regolano il Re Cremisi. Se Gavin Harrison è sicuramente il più tecnico dei tre, d’altronde il suo lungo curriculum in cui spiccano i Porcupine Tree ed il maestro Franco Battiato parla chiaro, il veterano Pat Mastellotto è il punto di riferimento dei tre, andando anche ad occuparsi della creazioni di vari rumori di disturbo in una versione più edulcorata del ruolo che Muir svolgeva su “Larks’ Tongues In Aspic”. L’unica incognita per quanto mi riguardava era sul simpatico Jeremy Stacey, batterista inglese anche lui dal lungo curriculum, che però si è dimostrato un drummer molto versatile, oltre che abile tastierista. Se il trio davanti era qualcosa di inumano, i quattro dietro non erano certo da meno. Robert Fripp immobile, impeccabile e perfetto come suo solito, sempre in posizione laterale affianco ai suoi ampli, il buon Tony Levin a far sembrare banale qualsiasi intricato passaggio di basso, mentre la vera sorpresa è stato Mel Collins, in vero e proprio stato di grazia. Rimane da parlare di Jakko Jakszyk, colui che ha preso a sorpresa il posto del buon Adrian Belew, il vero grande assente di questa nuova formazione. Dispiace non vedere Adrian gigioneggiare con la chitarra tra tempi dispari e rumori di elefanti, però la scelta di Jakko credo dipenda dal fatto che abbia un voce molto calda e dal timbro simile a quello di Wetton. Ascoltatevi “Starless” in questa nuova versione e ditemi un po’ se non vi viene la pelle d’oca. Infatti, la sensazione che ho avuto dall’intero concerto è che Fripp abbia cercato in qualche modo di riunire in un nuovo sound il Prog Jazz dei fantastici primi lavori con l’esasperazione ritmica che ha invece dominato le produzioni da “Discipline” in poi. Il risultato è, come ho già detto, da rimanere a bocca aperta.

King Crimson

Il set è stato diviso in due parti, ognuna delle quali aperta da una strumentale in cui si sono impegnati solo i tre batteristi dando sfoggio di tutta la loro classe. Poi parte all’improvviso “Pictures Of A City”, seguita da una altrettanto emozionante “Cirkus”, con i fiati di Collins in primo piano, con la delicata “Peace: An End” posta a chiusura del trittico. L’interazione della band con il pubblico è quasi nulla, nonostante l’Auditorium sia strapieno di gente e l’accoglienza riservata ad ogni brano sia estremamente calorosa. Dopo una inedita “Magic Sprinkles”, giungiamo al primo picco del concerto. Un binomio veramente da infarto, una “Red” dall’inaspettata potenza distruttiva che lascia senza fiato tutto il pubblico, seguita poi dall’immortale “The Court Of Crimson King”, dove vengono messe in evidenza le grandi doti vocali di Jakko Jakszyk. Si prosegue poi su un terreno dove si evidenzia più l’aspetto tecnico del sestetto, in cui svettano la famosa “Easy Money” e “Level Five”, dal loro ultimo lavoro in studio “The Power To Believe”.

King Crimson

Dopo venti minuti di pausa, il trio MastellottoHarrisonStacey riappare con una nuova performance di sola batteria denominata “Fairy Dust”, per poi condurre tutta la band verso picchi musicali e sensoriali di proporzioni incredibili con il primo e splendido movimento di “Lizard”, seguita dal disordine post-industriale di “Indiscipline”, che apre poi le porte al reame del sogno con il trittico “The Letters”, “Sailor’s Tale”, con l’assolo di Fripp che mi si è insinuato fin sotto la pelle, e l’immortale “Epitaph”. Dopo questa ultima traccia, ho visto gente attempata con le lacrime agli occhi per l’emozione che i King Crimson sono riusciti a dare a noi suoi devoti. Il set è continuato poi con l’inedita “Devil Dogs Of Tessellation Row”, la caotica “VROOM” e la title-track del progetto a nome Jakszyk, Fripp & Collins, “A Scarcity Of Miracles”.

King Crimson

Finale di set con i botti veri con “The Talking Drum”, con Harrison nelle vesti del sommo Bruford, la tagliente “Larks’ Tongues In Aspic – Part II” e la sublimazione totale con la già citata “Starless”, con il palco a tingersi di un rosso intenso. La band esce tra il pubblico in pieno delirio, per poi ritornare quasi subito con un encore da tremare i polsi, “21st Century Schizoid Man”, con l’assolo centrale eseguito da Stacey, perfetto esempio dell’unione tra le due anime musicali sopracitate. Finisce così il concerto, con il pubblico in pieno tripudio e la band a fare fotografie dal palco. Che dire, una emozione lunga quasi tre ore che ha ripagato oltremodo i quasi settanta euro spesi per il biglietto. Concerto indimenticabile.

“Ice blue silver sky
Fades into grey
To a grey hope that oh years to be
Starless and bible black”

SETLIST: SET 1 Hell Hounds Of Krim, Pictures Of A City, Cirkus, Peace: An End, Magic Sprinkles, Red, The Court Of The Crimson King, Radical Action (To Unseat The Hold Of Monkey Mind), Meltdown, Fracture, Easy Money, Interlude, Radical Action II, Level Five SET 2 Fairy Dust, Lizard (“The Battle of Glass Tears – Part I: Dawn Song”), Indiscipline, The Letters, Sailor’s Tale, Epitaph, Devil Dogs Of Tessellation Row, VROOOM, A Scarcity Of Miracles (Jakszyk, Fripp and Collins cover), The Talking Drum, Larks’ Tongues in Aspic – Part II, Starless ENCORE Banshee Legs Bell Hassle, 21st Century Schizoid Man

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