LIVE REPORT – THE CURE + THE TWILIGHT SAD
Palalottomatica (Roma) – 30/10/2016

Non sono mai stato un accanito fan dei The Cure, ma se c’è un disco che mi porterei sulla classica isola deserta, questo sarebbe senza alcun dubbio “Disintegration”. Uno di quei pochi lavori che quando sei in un particolare stato mentale, diventa quasi una sorta di droga di cui non puoi proprio fare a meno. Quelle chitarre che definirei quasi liquide, unite al meraviglioso basso di Gallup, sono un ideale accompagnamento alle proprie riflessioni interiori ed hanno davvero pochi uguali nella musica. Ad ogni buon conto, nei miei ascolti passati non c’è ovviamente solo questo grandissimo capolavoro, ma anche lavori come “17 Seconds” o “Pornography”, insomma i The Cure più foschi e cupi, hanno forgiato e non poco il mio background musicale. Fatta eccezione per la stramba parentesi del loro debut album, ho sempre snobbato invece la parte più solare e pop della band, quella che appare in parte su “The Head On The Door”, ma in special modo in dischi come “The Top”, “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” o “Wish”. Per quanto belle e trascinante potessero essere “Friday I’m In Love” o “Close To Me”, i veri The Cure per me erano quelli che trascinavano in mondi da incubo, come in “A Forest”, o che esaltavano a dismisura il proprio stato malinconico, manco a dirlo “Fascination Street”, il MIO pezzo dei The Cure. Tutto questo preambolo serve a dire che, sebbene i The Cure bene o male siano stati sempre presenti nella mia vita, ero comunque un po’ titubante di andarli a vedere dal vivo, o comunque non erano certamente in cima ai pensieri, come invece è per i King Crimson che suoneranno questo fine settimana. Però se ricevi il biglietto per il parterre come regalo di compleanno, non puoi che esserne strafelice.

THE TWILIGHT SAD

Trascorso rapidamente un anno, ci troviamo pronti per andarli a vedere ma, come voi di certo saprete, il 30 di ottobre non è stato proprio un giorno come gli altri. Oltre ad aver sentito la scossa come mai prima d’ora, con grandissimo spavento per il sottoscritto, ero anche piuttosto scosso dalle notizie che giungevano dal luogo del sisma, sia per il fatto che ho vissuto parte della mia infanzia tra Visso e dintorni, sia per il fatto che la mia amata Leonessa, luogo di meditazione personale estivo ed invernale, non aveva passato del tutto indenne l’evento. Potete quindi capire con quale stato d’animo potessi essermi diretto al Palalottomatica, da cui mancavo dal tour di “Load” dei Metallica. Trovato facilmente e rapidamente parcheggio davanti al mitico Fungo, raggiungiamo rapidamente i nostri amici che ci stavano aspettando ai gate d’entrata e, dopo una decina minuti di coda e svariati controlli dopo, ci ritroviamo senza problemi in tipo sesta fila, davanti al lato sinistro del palco. Siccome mancava ancora un’oretta all’inizio del concerto, ne ho approfittato per cercare sul cellulare un po’ di notizie su questi The Twilight Sad. Il quintetto scozzese capitanato dal cantante James Alexander Graham ha alle spalle un decennio buono di attività e ben quattro full-lenght alle spalle, con il loro ultimo “Nobody Wants To Be Here And Nobody Wants To Leave” che sembra aver ricevuto parecchi elogi da parte della critica musicale.

The Twilight Sad

Non male, uno quindi potrebbe pensare. Invece, la loro breve esibizione, han suonato più o meno mezz’ora, è stata pessima, sia per la qualità dei suoni che per l’atteggiamento completamente indifferente e distaccato della band, con la chitarra di Andy MacFarlane che era praticamente assente e creava un confuso impasto di distorsioni ed effetti vari che rendevano tutti uguali i pezzi proposti. Una specie di Post-Rock incrociato con riflussi di Dark Wave inglese. La voce, pur essendo una delle poche cose ben udibili dello show, non mi sembrava proprio il massimo, e l’atteggiamento un po’ sopra le righe del cantante non faceva altro che peggiorare le cose. Anche se la cosa che mi ha fatto più incazzare è stato l’atteggiamento da veri stronzi della band, con il chitarrista in testa, che a fine show si son presi il loro bicchiere di birra e senza nemmeno degnare di uno sguardo il pubblico se ne sono andati dietro le quinte. Posso comprendere che il Palalottomatica era ancora mezzo vuoto e che non avevi tanto tempo a disposizione, ma non posso assolutamente accettare un atteggiamento del genere. Saranno anche bravi in studio, ma questo episodio non mi invoglia assolutamente ad andarli ad approfondire.

THE CURE

Sgomberato il palco dall’attrezzatura dei The Twilight Sad e fatto qualche ultimo check, dopo un quarantacinque minuti di attesa crescente, alle 20.30 precise si spengono tutte le luci del Palalottomatica e subito partono le note di una inaspettata “Shake Dog Shake” dal controverso “The Top”. Ad accompagnare l’inossidabile Robert Smith, col suo classico make-up ed in tenuta nera d’ordinanza a coprire una pancia prominente, il suo alter ego Simon Gallup in veste di teddyboy degli anni ’60, Reeves Gabrels, lo storico chitarrista di Bowie, Jason Cooper, altro fedele di Smith di lungo corso alla batteria, e per finire Roger O’Donnell, rientrato ormai da qualche anno in pianta stabile nella band.

The Cure

Tuttavia, basta ascoltare questo brano e la successiva “Fascination Street”, che purtroppo ancora soffriva di un sonoro ancora imperfetto, per capire che ormai la vera anima dei The Cure oltre che ovviamente a Robert Smith, padre padrone ma anche anima e cuora della band, è Simon Gallup, che funge da vero alter ego del leader oltre che solida spina dorsale del The Cure sound. Gli altri sono praticamente dei turnisti, fermi e immobili sulle loro posizioni e poco in comunicazione con il pubblico, che nel frattempo aveva riempito completamente spalti e gran parte del parterre, mostrando un inaspettato tutto esaurito. Come da tradizione, la scaletta della band inglese varia, con ovviamente qualche punto fisso, da concerto a concerto, e sempre in base agli umori del suo leader. Nel caso della data romana, è stato dato parecchio spazio a “The Head On The Door”, da cui sono stati estratti cinque pezzi, tra cui le immancabili “Close To Me”, inserita in un trittico finale da brividi insieme a “Just Like Heaven” e “Boys Don’t Cry” nel terzo encore”, e “Inbetween Days”, ed a “Disintegration”, con quattro brani.

The Cure

Poi, il buon Smith ha pescato tra rarità varie, come “Burn” dalla colonna sonora di “The Crow”, “Charlotte Sometimes” del 1981 o una davvero potente “Never Enough”, classici immancabili, “Lullaby” o le già citate “Friday I’m In Love” o “Boys Don’t Cry”, e suonando persino due brani inediti, la francamente inutile “Step Into The Light” o la leggermente migliore “It Can Never Be The Same”, posta all’inizio del secondo encore. Insomma, una scaletta decisamente varia capace di mostrare tutte le molteplici sfaccettature della band. Il sottoscritto si è trovato certamente un po’ smarrito visto che dei dischi da me conosciuti ed amati, a parte gli estratti da “Disintegration”, sono stati proposti solo due brani da “Seventeen Seconds”, un’ottima “Play For Today” e l’immacabile “A Forest”, purtroppo svuotata di tutta la sua enorme carica negativa e trasfigurata in un comune power hit, e la sola “One Hundred Years” a rappresentare quel capolavoro di “Pornography”. Eppure, è proprio in questo pezzo che si è raggiunto il punto più alto del concerto, almeno a mio parere. Infatti, con questo pezzo, oltre a raggiungere la perfezione a livello acustico, si è riusciti a ricreare quel suono cupo ed ossessivo che delineava l’anima più oscura dei The Cure.

The Cure

Per il resto, Smith, pur limitandosi nell’interazione a parole col pubblico, dispensava sorrisi a destra e manca, ma soprattutto mostrava uno stato di forma nella voce assolutamente pazzesco. Il buon Gallup invece gironzolava saltellando lungo il palco con il suo grosso basso giallo, spesso scambiando qualche parola o sguardo con l’immobile e concentrato Gabrels. I suoni, come ho già detto, non sono stati affatto male, a parte qualche scelta non ottimale delle tastiere di O’Donnell e con la chitarra di Gabrels che ogni tanto si amalgava un po’ troppo con quella di Smith.

The Cure

Il pubblico ha risposto molto bene alla scaletta proposta ed alla fine della fiera erano tutti ben soddisfatti delle due ore e mezza di concerto suonate. Anche il sottoscritto, pur non conoscendo molti dei brani fatti, è uscito con un animo decisamente migliore, e ne ho subito approfittato per andare ad ascoltarmi su Spotify “The Head On The Door”, che si è rivelato con mia sorpresa un disco davvero clamoroso, con la negatività dei The Cure di “Pornography” e “Seventeen Seconds” filtrata in tracce da sonorità più dolci e gentili, penso a “Kyoto Song”, tanto che da una settimana a questa parte è diventato una mia totale fissazione.

The Cure

Che altro aggiungere? Sebbene a livello musicale non combinino più nulla di esaltante da un decennio, “It’s Never Enough” (non se ne ha mai abbastanza) dei The Cure e del buon Robert Smith.

Setlist: Shake Dog Shake; Fascination Street; A Night Like This; The Walk; Push; In Between Days; Play for Today; Step Into the Light; Pictures of You; Lullaby; Kyoto Song; High; Charlotte Sometimes; Lovesong; Just Like Heaven; From the Edge of the Deep Green Sea; One Hundred Years; Give Me It; It Can Never Be the Same; Burn;A Forest; Want; Never Enough; Wrong Number; The Lovecats; Hot Hot Hot!!!; Let’s Go to Bed; Friday I’m in Love; Boys Don’t Cry; Close to Me; Why Can’t I Be You?

Autore: KarmaKosmiK

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.